È inutile negarlo o provare a girarci intorno, la crisi epidemica che stiamo vivendo sta mettendo in ginocchio un sistema economico di per sé già estremamente precario e non votato al sostentamento della maggioranza.

Questa pandemia, già dai primissimi momenti, ha colpito con estrema forza il settore della cultura, dell’intrattenimento e dello spettacolo. Ricordiamo come se fossero passati secoli, le prime chiusure dei locali milanesi, e i primi annunci di date italiane annullate dagli artisti internazionali.
A quasi due mesi di distanza dallo shutdown delle arti, non possiamo non chiederci cosa stia accadendo e come stiano facendo tante e tanti, anche tra di noi, a sopravvivere.
Le risposte provenienti dai governi sono briciole che di certo non possono risolvere o sostenere realmente queste problematiche.

Allora proviamo a ragionare ancora, a porci delle domande ancora più profonde. Cos’è l’arte, cos’è la cultura in Italia al giorno d’oggi, e il loro valore reale, non solo economico, in un sistema di produzione che spinge sempre di più verso l’impossibilità della loro esistenza.

Ogni singola professionalità ed individualità ora si trova a fronteggiare il rischio di finire in un enorme buco nero dal quale è impossibile uscire, per il semplice fatto che per lo Stato non esiste. Senza alcun riconoscimento per il lavoro svolto, per i faticosi investimenti spesi nella formazione, e per i progetti futuri messi in pausa o cancellati sulla base dei quali ognuno avrebbe potuto provare a recepire risorse di sopravvivenza per il prossimo anno.

Cosa fare?

A questa situazione che ci sta travolgendo non possiamo rispondere divisi, in maniera sparsa, senza riflettere e confrontarci.
Quindi ben vengano tutti i processi collettivi che puntino alla possibilità di essere presi in considerazione come comunità, e non più come solitudini impegnate nelle guerre di rivalità alla conquista di un posto in una produzione – clima che fino ad ora ha fortemente sfavorito la formazione di piattaforme e spazi comuni di confronto.
Se non iniziamo a muoverci insieme per far riconoscere diritti e professionalità non lo farà nessuno, perché in questo momento risulta più conveniente accantonare le maestranze, e raccontarsi che il lavoro nell’arte è un hobby, un passatempo, se non proprio un inutile attaccamento romantico a ciò che lentamente il progresso potrebbe cancellare.
Il rischio di concedere a enti istituzionali, pagine di attività commerciali e quant’altro, prestazioni gratuite, per di più ad infimi livelli di qualità sia tecnica che performativa, oltre ad accrescere la concezione hobbystica del nostro lavoro, svende ulteriormente la valorizzazione economica di quanto si produce. Parrebbe quasi che, seppur in maniera “aperta” a tutti, in realtà non si stia generando un reale accesso alla cultura in un periodo in cui sarebbe impossibile usufruirne, ma si stia ulteriormente contribuendo a smantellarla.

Giovanni Truppi – Scugnizzo Liberato (Estate 2019)

Questa emergenza invece può essere, contemporaneamente, sia l’emanazione di un sentire individuale, ma soprattutto l’emanazione di un sentire collettivo, all’interno di un definito periodo storico. Quindi se da un lato abbiamo la possibilità di smarcare il lavoro nell’arte da ragionamenti che lo relegano unicamente a vuoti processi produttivi (l’arricchimento di pochi, il mero calcolo del numero di spettatori, dei biglietti venduti, etc..), contemporaneamente c’è bisogno che gli venga riconosciuto il valore che ha sia come generatore di posti di lavoro, che per quanto riguarda gli aspetti più squisitamente esistenziali: senza, la vita fa schifo – e vi sfidiamo a provarne il contrario.

Fortunatamente in Italia si stanno moltiplicando le riunioni e i gruppi che si autorganizzano e provano a mobilitarsi, li abbiamo visti crescere a Napoli e in tutto il territorio nazionale, li stiamo seguendo, e stiamo dando il nostro contributo.
Questo è un consiglio che sentiamo di voler rivolgere agli appartenenti ad ogni categoria di lavoro nello spettacolo dal vivo:
Sosteniamo, e partecipiamo.

Ha senso un Primo Maggio?

Domani si festeggerà il Primo Maggio, una data che per anni è stata svuotata di senso collegandola ingenuamente solo a quel carrozzone mediatico e sindacale che è il Concertone romano. Nonostante il nostro non esserci mai espressi su quell’evento e aver sempre sorvolato sull’utilizzo che si faceva della musica in quel momento, adesso non possiamo restare in silenzio.
Fare una festa per lavoratori e lavoratrici nelle attuali condizioni è uno schiaffo in faccia a chiunque stia affrontando questa situazione.
Sarebbe stata una buona occasione per parlare di sicurezza sul lavoro, del mondo che dobbiamo prepararci ad affrontare, della piaga del nero che in questo settore colpisce tutte e tutti, invece di propinare una visione buonista di pace sociale, del #celafaremo, della #musicasalvatutti.

Noi abbiamo deciso di essere qui, a sostenere queste nuove iniziative, integrandoci in esse, perché la funzione di NaDir è anche questa: connettere dei punti nel vasto mondo dell’arte e far emergere queste contraddizioni. Lo stiamo facendo come lavoratori e lavoratrici dell’arte ma è un discorso che rompe la categoria e va anche oltre, a chiunque abbia mai usufruito di un prodotto artistico, e che dovrebbe rivendicare questa battaglia e farla propria, e quindi anche da appassionate e appassionati.
In Direzione Opposta, sostenendo questo mondo a cui partecipiamo in diversi modi, imparando a ragionare anche strategicamente, perché se oggi siamo ancora deboli, da domani sarà guerra su tutti i fronti: a chi ci propone contratti a nero, a chi si rifiuta di fornirci adeguati mezzi di sicurezza, alla qualità sottopagata, a chi ci vuole invisibili.

Mai più soli affogheremo,
MAI PIÙ SOLI
[Sebeto – Fiume]