In queste ore siamo bombardati da diversi articoli sulla vicenda che ha coinvolto alcuni collettivi studenteschi a Pisa, che due giorni fa hanno interrotto un il concerto di Vinicio Capossela in piazza Cavalieri, irrompendo e forzando il blocco istituito, di fatto, per blindare la piazza e riservare lo spazio pubblico ai paganti. A nostro avviso il racconto mediatico non rende affatto giustizia all’accaduto, schivando attentamente il nucleo centrale e le ragioni dell’atto di insubordinazione, che a noi invece sembra chiaro e preciso: le piazze sono luoghi pubblici non possono diventare recinti a pagamento.
Un messaggio semplice che ha utilizzato un evento pubblico come un megafono capace di amplificare un giusto grido, riuscendo anche a ricevere la solidarietà di alcuni musicisti della band in quel momento sul palco, che ha rispettosamente dato spazio ai collettivi, evidentemente riconoscendo la legittimità del messaggio che avrebbero poi lanciato nel breve intervento dal palco.
L’azione dimostrativa messa in atto ci ha ricordato le tante battaglie fatte anche a Napoli per rovesciare l’idea secondo cui la città possa diventare un bene messo all’asta alla mercé del miglior acquirente, quanto più se le più grandi e principali piazze si trasformano in palchi per eventi culturali-privati ed a carissimo prezzo, un processo già parecchio alimentato e messo in moto dalle ondate turistiche e di consumo degli ultimi tempi, a Napoli come altre grandi città Italiane ha già reso i centri storici dei luoghi di consumo veloce, spazzando via le attività tradizionali, gli artigiani secolari e le classi popolari storicamente abitanti dei borghi antichi, riducendoli a luoghi della fast culture, che soggiorna per un po’ e poi lascia enormi vuoti ad abitanti e cittadinanza attiva.

Ci ha fatto perciò rabbrividire la presa di posizione di alcune testate giornalistiche musicali italiane che, senza mezzi termini, si sono scagliate contro gli attivisti e le attiviste che erano in piazza lanciandosi in rocamboleschi paragoni e reazionarie considerazioni circa la giustezza dell’azione.
Ci sembra tutt’al più doveroso soffermarci sulla novella amministrazione leghista della città che sta favorendo e avallando questa modalità di costruzione degli eventi pubblici (già sperimentati dal PD in passato).
A chi ha avuto il coraggio di dire ”mettete i soldi da parte” o ”la cultura si paga”, rispondiamo che certo la cultura si paga, ne siamo convinti e lo abbiamo scritto, detto e gridato in ogni forma, ma non può diventare esclusiva ed elitaria (un meccanismo ormai diventato norma in molti ambiti musicali) e le piazze non possono diventare luoghi inaccessibili.
La cultura si paga e chi più di noi si è trovato a dover fare i conti con questa verità, sappiamo bene che il mercato musicale è legato necessariamente a dei meccanismi economici, ma questa legge andrebbe ben articolata, soprattutto quando alcune cifre diventano una proibizione, per chi vorrebbe fruire di un evento o per chi vuole organizzarlo, e sappiamo anche fin troppo bene che, nonostante spesso alcuni concerti si paghino davvero tanto, moltissimi giovani coinvolti negli immensi staff non ricevono esattamente i compensi adeguati. Lo sappiamo non per presunzione o per sentito dire ma perché sono le difficoltà con cui tutti i giorni ci scontriamo provando ad offrire cultura di qualità a costi moderati.
Una folle ambizione che per qualcuno sarebbe meglio lasciare alle amministrazioni comunali.

Sarebbe perciò stato interessante provare ad andare oltre l’atto che qualcuno ha considerato troppo irruento, ingiustificato e violento (ci chiediamo in quale altro modo rendersi visibili e creare dibattito, se non questo; per cui, per altro, i ragazzi dal palco si scusano ”ci scusiamo per il macello all’ingresso”) e capire che nessuno ha voluto dirsi che la cultura non si paga o che i lavoratori dello spettacolo non meritano compensi, quanto piuttosto che bisognerebbe fare di tutto per far sì che il principio sia quello dell’accessibilità allo spazio pubblico.

Dovremmo aprire un ragionamento necessario provando a riflettere sull’utilità di alzare muri e barriere nelle piazze dei centri storici, iniziare finalmente a riconoscere chi sono i nemici in campo e i meccanismi che si adottano.

Riportiamo una parte del comunicato di Exploit Pisa, che chiarisce perfettamente i motivi dell’azione:

«Troviamo che privatizzare una piazza sia un atto ingiusto e discriminatorio nei confronti della maggioranza che abita e attraverso le vie e piazze di Pisa. L’alternativa leghista non può essere la nostra»
Nelle scorse settimane abbiamo organizzato iniziative artistiche e musicali gratuite, cui potevano accedere tutte e tutti e attraverso cui riappropriarci di quegli spazi che pian piano vogliono toglierci. E così deve continuare ad essere.

La libertà e la cultura non sono merci.
Le piazze non si chiudono o mettono in vendita.
Le piazze devono essere gratuite e per tutti e tutte.